Colombia parte 7: una piccola vittoria a favore dell’ambiente

IMG_2380Meglio tardi che mai, a distanza di un anno da uno dei più bei viaggi della mia vita, rieccomi a scrivere di Colombia. E a tornare a pensare al Paramo, alla sua bellezza e alla sua spettacolare unicità. Questa volta però con un reportage d’inchiesta, pubblicato sul numero 183 di Altreconomia.

Avevo accenato già QUI che il paramo colombiano è in grave pericolo, minacciato dall’attività estrattiva legale e illegale, dall’agricoltura, dal cambiamento climatico, dalla presenza dell’uomo e soprattutto da una scarsa attenzione all’ambiente da parte del Governo Colombiano.

Ma grazie all’attività di cittadini, studiosi, ambientalisti e Corte Costituzionale, qualcosa sta lentamente cambiando.

Come indicato dall’Agenzia nazionale per l’attività mineraria colombiana, però, nel Paese, a fine 2015, erano state assegnate 475 concessioni per attività esplorative ed estrattive di carbone, oro e altri minerali, in 127.000 ettari di terreno all’interno dei 32 paramos esistenti. E, nonostante le diverse leggi sulla protezione dell’ambiente, come la Legge ambientale del 1993 e la stessa Costituzione, il Piano di sviluppo nazionale 2014-2018 (lo strumento legislativo con cui il presidente colombiano comunica al Paese gli obiettivi del proprio governo e le modalità con cui intende raggiungerli), emanato dall’attuale presidente Juan Manuel Santos (fondatore del partito di centro-destra Partito Sociale di Unità Nazionale, eletto per la seconda volta nel giugno 2014), sembra andare in tutt’altra direzione.
L’articolo 173, infatti, concede alle imprese con licenza anteriore al 9 febbraio 2010 per quel che riguarda le miniere, e al 16 giugno 2011 per quanto concerne l’estrazione di idrocarburi, la possibilità di fare attività di ricerca ed estrazione di minerali anche nei paramos, fino a tutta la durata della licenza (che può variare dai 5 ai 30 anni a seconda del tipo di attività).

[…] Con la sentenza dell’8 febbraio 2016, la Corte ha dichiarato incostituzionale proprio l’articolo 173, in quanto “non rispetta il dovere costituzionale di proteggere le aree di particolare importanza ecologica, mette a rischio il diritto di accesso all’acqua di tutta la popolazione”, e antepone il diritto individuale di alcune aziende allo sfruttamento delle risorse statali, anziché salvaguardare un ecosistema fragile e vulnerabile, attualmente non protetto da leggi speciali.

Questa sentenza, esprime dunque un concetto chiaro: i paramos devono essere protetti e salvaguardati, anche quando ci sono forti interessi economici in gioco, e per questo è necessario un cambiamento nelle politiche ambientali e di sviluppo economico ed energetico del Paese.

[…] “Delimitare i paramos non è affatto semplice, né scontato -spiega Doly Cristina Palacio, docente a capo del gruppo di ricerca sui Processi sociali, territorio e ambiente della facoltà di Scienze sociali e umane dell’Università Externado di Bogotà, che insieme all’Istituto Von Humboldt ha realizzato una consulenza in materia per il Ministero dell’Ambiente-. Bisogna tener conto di tanti aspetti, non solo ambientali, ma anche economici e sociali. E a occuparsi di questo dovrà essere il governo, che dovrà poi modificare il Plan Nacional de Desarollo entro il 2017, prima della fine del suo mandato. Non ci stupisce che anche questa volta sia stata la Corte costituzionale a dover sollecitare i politici a difendere e salvaguardare l’ambiente: da diversi anni, ormai, sia i cittadini sia la Corte costituzionale si mobilitano, con modalità e mezzi diversi, perché il governo rispetti l’ambiente e implementi delle politiche volte alla sua tutela”.

“Proteggere il paramo non potrà significare soltanto tracciarne i confini e occuparsi di conservarne la biodiversità -specifica Jimmy Moreno, portavoce di Cumbre Agraria Campesina, Étnica y Popular-. Nel progetto di conservazione e salvaguardia di questo delicato ecosistema vogliono essere coinvolte anche le comunità locali, costituite spesso da piccoli agricoltori, produttori di patate e di latte, che possono dare il loro contributo in maniera decisiva”

QUI l’articolo completo tratto dalla rivista cartacea Altreconomia.

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