All’ingresso del tunnel

Nulla è per sempre. A una certa età uno dovrebbe per lo meno averlo imparato. Che so…vagamente interiorizzato. D’altronde sono “figlia del mio tempo”, abituata all’incertezza del futuro, all’instabilità geografica, al multitasking, al cambiamento.

Invece niente, ogni volta che una qualunque attività vagamente retribuita [in denaro o in insegnamenti vari ed eventuali] termina, la storia si ripete. E se finora ero riuscita a trovare, prima della fine, nuove opportunità, stavolta mi toccherà entrare nel tunnel. Quel tunnel che da qualche parte finisce, ma non si sa dove. Quel tunnel affollato che ti porta a provare un forte senso di odio per quelle persone che inconsapevolmente ti chiedono “che cosa farai dopo?”. Ammettiamolo: la maggior parte di noi giovani dai 18 ai 40 anni non ha la più pallida idea di cosa farà nei successivi due giorni, figuriamoci nei prossimi mesi. E non è solo una questione di lavori atipici e a tempo determinato: il punto è che a volte non ci ricordiamo più che cosa volevamo fare, perché lo abbiamo scritto su calendar e calendar non ce l’abbiamo sempre a portata di mano.

In ogni caso là fuori qualcosa mi aspetta, ne sono sicura: ho messo su tutto il solito ambaradan per cercare di avere quanto prima un lavoretto che mi permetta di sopravvivere [mi sa che quando i quotidiani on line diventeranno redditizi io avrò già i capelli bianchi, la dentiera e l’artrite] mentre sto cercando di portare avanti addirittura un vero progetto, addirittura a lungo termine.

Ma è il primo luglio, si avvicina la mia prima settimana di vacanze [non più ferie], mi aspettano improbabili traslochi, ci sono posti occupati per chi non sa che farsene, e, per completare il quadro, finisce il mio servizio civile al Cospe. Gli ingredienti per un bel post in stile ‘Briciole di vita’ ci sono tutti, se poi si aggiunge che, fra i tanti, ho scritto anche questo articolo qua, sarà facile capire perché sono davanti al pc, a quest’ora, a scrivere qui dei fatti miei.

Come direbbe la mia nuova compagna di stanza, “hay que aguantar”. E per fortuna gli amici, il mare, i viaggi e quello che ho imparato su Firenze un po’ aiutano. E poi naturalmente al Cospe potrò tornarci quando voglio. Come volontaria o per la pausa pranzo.

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