A Genova per ricordare le vittime della mafia

Da Emanuele Notarbartolo, prima vittima della mafia, ammazzato nel 1893 a Termini Imerese, a Vincenzo Liguori, ucciso dalla camorra il 13 gennaio 2011 a San Giorgio a Cremano, passando per Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Gianfranco Siani, Anna Politikovskaja. 900 nomi. 900 storie, molte delle quali presentano numerosi lati oscuri. 900 vittime delle mafie che ieri sono state ricordate a Genova con una marcia che ha radunato più di 100mila persone per la ‘XVII Giornata della Memoria e dell’Impegno’, per dire no alla mafia, alla corruzione e all’indifferenza.“Oggi è una giornata in cui la memoria si trasforma in impegno- ha dichiarato sul palco Franco La Torre, presidente di Flare (Freedom legality and rights in Europe) e figlio di Pio La Torre- Ed è una giornata importante anche per la proposta di una normativa europea sui beni confiscati”. Il 9 marzo, infatti, dopo ripetute sollecitazioni, la Commissione europea ha presentato una proposta di direttiva per l’introduzione di norme per la confisca dei beni acquisiti mediante attività illecita e mafiosa, da attuare in tutti e 27 gli Stati membri. Don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di ‘Libera associazioni nomi e numeri contro le mafie‘, protagonista della giornata, insieme ai 500 familiari delle vittime, ha espresso grande soddisfazione al riguardo. “La proposta di una direttiva europea rappresenta un importante passo avanti sulla confisca- ha specificato il sacerdote- anche se non parla dell’uso sociale dei beni, che per noi è fondamentale. I beni confiscati alle mafie devono ritornare ad essere dei cittadini, della collettività e avere un ruolo sociale e culturale”. Come avviene già in Italia. “Nel nostro Paese la legge sulla confisca e l’uso sociale di questi beni ha permesso di aprire delle cooperative di lavoratori che coltivano prodotti biologici col marchio Libera Terra nei terreni confiscati ai più grandi boss mafiosi- ha sottolineato don Ciotti- Un segno di dignità, di libertà, di giustizia, di cambiamento. Liberare quelle terre significa ridare la libertà anche alle persone che ci vivono e che ci lavorano”.

C’è però un’ombra su alcuni beni confiscati: l’ipoteca bancaria. “Molti boss avevano aperto mutui che le banche adesso rivendicano. Così ci sono beni che sono stati già confiscati ma che non possono essere assegnati perché nessuno paga il mutuo- ha proseguito don Ciotti- Ci vorrebbe una sanatoria, ma sarebbe una scelta politica della quale ancora non si discute”.

Contenti della giornata i familiari delle vittime. “Questa marcia ci aiuta a sopportare meglio il dolore- ha affermato Silvia Stener, nipote di Walter Eddie Cosina, agente della scorta di Paolo Borsellino, morto nella strage di via D’Amelio- Dimostra che siamo in tanti, che non abbiamo paura e che vogliamo vivere. E’ bello che ci siano persone provenienti da tutta Italia. Io sono di Trieste e anche mio zio lo era. E a me piace sottolinearlo per dire che di mafia non si muore soltanto in Sicilia e se sei siciliano. Nessuno potrà restituirci mio zio e la serenità che ci è stata tolta 20 anni fa. Ma per lo meno questo ci ridà fiducia perché esistono ancora degli uomini che credono negli ideali per cui Walter è morto”.

Lungo il corteo tanti gli striscioni e i cori intonati dai giovani per rivendicare la voglia di lottare contro la mafia, di non arrendersi. Tra la folla anche un gruppo di NoTav unitisi a una manifestazione che secondo alcuni familiari delle vittime della mafia non aveva niente a che fare con loro, specialmente dopo le scritte contro il magistrato Giancarlo Caselli che sono comparse sui muri di molte città.
E proprio riguardo alle polemiche sul suo operato in materia, Caselli ha commentato preoccupato “Trovo che quel che è stato detto su di me sia molto grave. Perché se un magistrato fa il suo dovere, scrivere sui muri che è un boia e che deve morire, e poi impedirgli, com’è successo alcune volte, di parlare, mi sembra un segno di brutti tempi. Segno che non riguarda me personalmente- ha specificato il giudice- Riguarda proprio le istituzioni, il rispetto della legge, della giustizia. C’è in giro voglia di impunità e questo non è bene per la democrazia. Forse prima di parlare di Tav- NoTav si dovrebbe riflettere proprio su ciò”. E un rimprovero sommesso è arrivato anche per la politica. “C’è stato un attacco alla magistratura relativamente al quale c’è stato troppo silenzio, qualche balbettio al massimo, mentre invece bisognerebbe prendere le distanze perché la violenza è sempre inaccettabile”.

A chiudere la manifestazione il discorso di don Ciotti al Porto antico. “Parliamo di mafie da 150 anni- ha affermato- e non riusciamo a sconfiggerle. E questo anche perché oltre alla lotta alle mafie serve partire da noi, dal nostro modo di essere, di comportarci”. Si è rivolto alla politica, alla quale ha ricordato che la lotta alle mafie “si fa con le leggi giuste, ma anche con interventi sul sociale, non tagliando su formazione e cultura, strumenti dell’antimafia”. E infine anche alla Chiesa, di cui è parte, e che spesso è invischiata nella “zona grigia, nella quale si mescolano politici, imprenditori e mafiosi”.

Pubblicato su Il Journal.it

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