Manifestando per i boschi

Ed ecco l’ultimo reportage di Giuseppe Martino, il racconto della manifestazione NoTav tenutasi il 23 ottobre 2011 nella valle di Chiomonte.

Manifestando per i boschi

di Giuseppe Martino

Domenica è il giorno della manifestazione tanto attesa. La manifestazione è convocata alle 10.30 e il corteo dovrebbe partire verso la zona rossa per le 11.30. La piazza di Giaglione è il punto di raccolta della manifestazione.

L’appuntamento con Valerio è per le 6.45, sveglia, colazione e poi si corre su a Giaglione. Tutta la famiglia è mobilitata. Antonella e Marco, compagna e figlio di Valerio, partono con noi sull’altra macchina. Antonella ha pensato di arrostire le castagne sulla piazza di Giaglione e offrirle gratuitamente ai manifestanti, mentre si aspetta la partenza del corteo.

Preparazione del fuoco per le caldarroste

Preparazione del fuoco per le caldarroste

Arriviamo in piazza e subito Valerio, con la sua solita energia, inizia a organizzare bandiere e striscioni.

Noto solo dopo qualche minuto la quantità di furgoni di televisioni nazionali ed estere. I tecnici stanno allestendo le telecamere e i riflettori per gli inviati di SkyTg24, RaiNews, RaiUno, CorriereTv, RepubblicaTv, c’è persino un inviato di RSI.ch, la radio della svizzera italiana.

Sono curioso di vedere fino a dove potremo spingerci con la manifestazione e quindi mi incammino sulla, ormai familiare, strada verso la baita clarea.Raggiungo le frazioni di San Giovanni e San Rocco. Secondo l’ultima ordinanza del prefetto, dopo queste ultime case inizia la zona rossa, proprio dove cominciano le vigne. Non c’è nessuno a far rispettare l’ordinanza, ci sono semmai i contadini che nei loro campi continuano a lavorare indifferenti alle zone rosse.

Incontro pochi attivisti che avvolti nelle loro bandiere NoTav, come a ripararsi dal freddo pungente, sono andati in esplorazione sulla strada. Sono i primi ad aver violato la zona rossa.

Continuo a camminare, ora da solo, in un silenzio ovattato. La giornata è grigia e fredda. Presto le vigne lasciano il posto al bosco e fra poco dovrebbe esserci la vera e propria recinzione che delimita la zona rossa effettivamente invalicabile. Me la aspetto ad ogni curva della strada, con un po’ di timore, ma ancora non la incontro. Incontro invece un signore che, sorridente, con la sua barba grigia torna dal suo jogging mattutino. Gli chiedo dove sia la barriera “Fra qualche curva – mi risponde, e mi fa capire che non è contento della cosa – Mi hanno rovinato l’allenamento stamattina, devo tornare indietro prima”. I valsusini sono così, difendono la Valle anche con questi gesti: non rinunciano alla loro quotidianità, alle loro abitudini, anche quando l’Italia ha gli occhi puntati su di loro. Anche se in piazza ci sono televisioni che aspettano gli scontri.

Il signore continua la sua corsa, tornando verso Giaglione. Faccio ancora un paio di curve e finalmente vedo la rete, con dietro delle figure scure. Non mi faccio vedere, anzi me ne vado, non scatto nemmeno una foto. Sono da solo ed in piena zona rossa e non ho la faccia da valsusino.

Ripercorro la strada verso Giaglione, e poche curve prima di arrivare, capisco che qualcosa è cambiato. Nel tempo della mia passeggiata, la piazza è stata sommersa da una marea di gente. Bandiere NoTav fanno da spuma a questo mare di persone e già si capisce che fanno fatica a stare tutte assieme nella piazza. Cerco di ritrovare i miei “caldarrostai”, ma è davvero difficile attraversare la folla. Si vede gente di tutti i tipi e si inizia a sentire la musica. Tutti diversi, ma tutti accomunati da una bandiera o da un simbolo NoTav attaccato al pile.

La musica accompagna la manifestazione

La musica accompagna la manifestazione

Raggiungo finalmente l’angolo caldarroste, preso d’assedio dai manifestanti, che increduli ricevono le castagne in omaggio, quando pensavano di pagarle.

I manifestanti aumentano e si capisce subito che, se si continua così, non entreremo più nella piazza.

Il sindaco offre il campo da calcio proprio di fronte la piazza per far defluire la gente. Poco prima dell’orario convenuto per la partenza, alzo lo sguardo verso la strada che va alla rete, e vedo un lungo serpente di gente che già l’ha occupata.

Il corteo si muove lento, c’è tantissima gente che non entra sulla stradina di campagna pensata a dare accesso ai campi e trasformata in un viale per le sfilate. Ci mettiamo in cammino anche noi. E soltato dopo parecchio tempo raggiungiamo le case delle frazioni di San Rocco e di San Giovanni.

Il flusso del corteo viene compresso fra le antiche mura dei borghetti.
Sembra quasi voler straripare e trascinarle via, ma in realtà quel fiume è lì per difenderle.

Il corteo per le strade della frazione San Giovanni

Il corteo per le strade della frazione San Giovanni

La strada prosegue dritta al blocco che avevo incotratro prima. Un’alternativa per entrare nella zona rossa è seguire il sentiero che sale a destra. I miei compagni di corteo decidono di prendere il sentiero e io li seguo fra le vigne per entrare nel castagneto.

Il sentiero non è facile, ma vedo gente di tutte le età arrampicarsi decisa. Mi colpisce una signora che pur in evidente difficoltà non molla.

Il castagneto ci garantisce un sentiero che continua in piano a mezza costa, in alcuni punti però ci costringe a passaggi complicati.

La gente nel bosco

La gente nel bosco

Non ero abituato a camminare su sentieri di montagna con così tante persone. C’è da aspettare che tutti superino i passaggi difficili, si sta parecchio fermi sul posto e si avanza lentamente.
Questo mi da la possibilità di guardarmi attorno e godermi la bellezza del paesaggio.

Ormai da quando abbiamo lasciato la piazza ci segue con insistenza un elicottero dei carabinieri. Il suo rumore all’inizio sorprende, poi diventa un fastidioso sottofondo.
Entrare nel folto del castagneto e poi dei boschi, dà il piccolo piacere di celarsi allo sguardo insistente di questa zanzara che ci ronza sulla testa.

Nel bosco il sentiero procede a tratti pianeggianti e a salti improvvisi. Così chi è più esperto a dare una mano agli altri. Fortunatamente il sentiero, raggiungendo degli antichi muretti a secco, torna più praticabile. Mi chiedo a cosa servissero questi muretti, che somigliano più a dei canali di pietra in mezzo al bosco. Lo scopro più avanti. Arriviamo, infatti, a un gruppo di quattro case antiche in pietra, ormai abbandonate. I muretti a secco segnavano le mulattiere che portavano al borghetto ormai abbandonato. Alla nostra sinistra iniziamo a intravedere il Rio Clarea, il torrente che da il nome alla valle che intanto abbiamo raggiunto.

In fondo a questa valle, c’è il ponte sul Rio Clarea e al di là del ponte c’è la Baita Clarea. Dalle case antiche il sentiero inizia a scendere lentamente verso l’inizio della valle, ma la nostra destinazione è all’opposto. Si decide quindi di abbandonare il sentiero principale e di scendere il più possibile diritti verso il torrente. La discesa è parecchio ripida, ci aiuta una leggera traccia che attraversa il bosco, ma che non si può chiamare sentiero. In un modo o nell’altro arriviamo finalmente alle sponde del torrente.

Adesso possiamo seguire due sentieri, uno che scende alla sinistra del torrente. Seguendo questo sentiero, ci troveremmo dal lato opposto alla baita, rispetto al ponte. Oppure potremmo guadare il torrente e raggiungere direttamente la baita scendendo alla destra del torrente.

Tanti scelgono di guadare. Le rocce bianche si popolano di gente che attraversano il torrente. In ogni caso, tutti determinati ad arrivare alla baita. Alla fine ci ritroviamo in tanti sull’altro lato del Rio Clarea.

Il guado al Rio Clarea

Il guado al Rio Clarea

Ma qui siamo in così tanti che restiamo bloccati nel traffico umano di questo stretto sentiero. Facendo qualche passo e poi aspettando in piedi il tempo passa. Ormai sono quasi le quattro del pomeriggio.

Mi chiama Valerio al cellulare, è stato scelto assieme ad altre 15 persone, come osservatore neutrale dentro la zona rossa.“Venite giù al ponte – mi dice – è tutto tranquillo, venite “. Un po’ di gente sceglie di usare il letto del torrente come sentiero. E si riesce a camminare. In questo momento improvvisamente si sentono prima urla e poi applausi, venire da lontano.

Dopo alcuni minuti, passati ancora in attesa che l’ingorgo defluisca, arriva il suono di una sirena. Ma non è una sirena qualsiasi, è la sirena dei NoTav, è il segnale. Il segnale per cosa? Per avvicinarsi alle reti? Per tornare indietro? Non lo capiamo bene.
Marco chiama un nostro amico, un altro osservatore. “Venite giù la manifestazione è finita”. Diamo inizio al passaparola, e l’ingorgo si scioglie.
Tutti iniziano a cercare una strada propria per arrivare alla baita clarea. Anche noi acceleriamo il passo. Iniziamo a vedere finalmente il ponte, pieno di poliziotti in tenuta antisommossa, che lo presidiano. Sono accerchiati. C’è gente da entrambe le sponde del torrente. E dalla baita arriva il frastuono tipico di una festa, voci, musica, applausi, risate.

Un manipolo di carabinieri difende la parte destra del ponte

Un manipolo di carabinieri difende la parte destra del ponte

Marco si apre in un sorriso incredulo, ma soddisfatto. Arriviamo su un balzo del terreno alla destra del torrente e che domina il ponte dall’alto.  La tensione montata, costruita ad arte per tutta una settimana si scioglie in un grido:

Unooo…Dueeee….Treeeee…..A sarà duuuura!

Marco grida a squarciagola su quei caschi neri e blu assediati da una marea pacifica di manifestanti.

La marea risponde a tono: “Per lorooooo!”.

E’ una liberazione. Una liberazione dal dubbio, dalla paura che avenissero degli scontri. La paura che tutta la credibilità guadagnata in venti anni di lotte, potesse consumarsi in una domenica di scontri con le forze dell’ordine.

Scendiamo dalla nostra rupe del grido, ed entriamo nel villaggio di Asterisk&Obelix. Che oggi sembra davvero un antico villaggio in festa. Una marea di gente, che ride, che s’abbraccia, che è commossa, che è incredula.

La batia Clarea invasa pacificamente dal corteo

La batia Clarea invasa pacificamente dal corteo

Sembra la fiera di un antico villaggio medievale.

Arriva dall’altra parte del villaggio il suono dei tamburi, dalla direzione dove sono le vere reti. Quelle che andavano tagliate. Ci avviciniamo, attirati, dal suono ritmato dei tamburi. Troviamo un manipolo di poliziotti in assetto antisommossa che blocca la strada per le reti. Ma davanti a loro, a sfidarli, l’orchestra di tamburi che ci ha attirato fin lì. E dietro i tamburi tutta la gente a fare pressione con la sola loro presenza. Hanno perso.

Per fare questo, all’ultimo momento, avevano esteso la zona rossa, per spaventare, per far desistere, perché quel giorno venissero in pochi. Si sono ritrovati assediati da almeno 20mila persone, che sono sbucate fuori dal bosco, da ogni direzione. Quando hanno capito che la gente era così tanta, hanno scelto la linea morbida. Hanno accettato che la zona rossa fosse violata, almeno 20mila persone hanno violato un’ordinanza firmata dal prefetto, rendendola inutile.

La forza della disobbedienza civile. Una forza così sicura di sé da sapere anche quando fermarsi. Le reti non sono state tagliate, non era più necessario, c’era stato un segnale più forte.

Torniamo a Giaglione dalla strada normale, che era stata sbarrata. Attraversiamo il ponte fra due ali di celerini, ma tutti abbiamo in faccia un sorriso forte, un sorriso di vittoria.Mentre loro sono scuri in faccia, masticano duro, qualcuno dice: “Forza forza che siete gli ultimi”. Lui, forse, non sa ancora quanta gente ancora sta venendo fuori dai boschi.

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