Conoscendo la Valle

Ecco il secondo reportage di Giuseppe Martino…

Conoscendo la Valle

di Giuseppe Martino

Venerdì sono stato in giro per la Val Susa. Ho seguito durante tutta la giornata il mio ospite, Valerio. Valerio è un attivista NoTav da ormai 22 anni e a guardarlo bene più che un blecche blocche sembra un elegante lord inglese.

Un Lord Inglese

Valerio nei panni dello Sherlock Holmse

La prima uscita in Valle è stata monopolizzata dai media. Da ieri molti giornalisti si trovano in Valle per seguire la manifestazione: Report, Ballarò, Agorà, Sky, perfino Italia sul Due in diretta, prima tappa della nostra uscita.

La diretta di Italia sul Due

La diretta di Italia sul Due

Mi sorprende che anche una trasmissione  che solitamente non si occupa di questi argomenti presti attenzione alle vicende della Valle.

A quanto pare gli attivisti NoTav sono riusciti davvero a focalizzare l’attenzione dei media su di loro: ottimo metodo per far conoscere le loro motivazioni anche agli italiani meno attenti, e per dimostrare le loro reali intenzioni, manifestare pacificamente usando i metodi della disobbedienza civile.

Dopo Italia sul Due è il turno di Agorà. L’appuntamento di Valerio con la troupe è a Ramats, un borgo di Chiomonte situato proprio sopra il fortino dove dovrebbe sorgere il cantiere. A così poca distanza dallo scempio di fili spinati e blindati che ricordano l’Afghanistan, si riesce a cogliere uno scorcio dell’antica vita che si svolgeva in Valle. A Ramats sono rimasti in pochi, soprattutto anziani, che ancora continuano a coltivare i pochi metri di terra strappati al bosco e alle rocce.

Una via di Ramats

Una via di Ramats

La roccia è la vera anima del borgo: una roccia grigia dalle linee nette e affilate. Questa roccia è dappertutto: ci si sono costruite le case, le strade, le stalle e gli antichi lavatoi.

Un antico lavatoio in pietra

Un antico lavatoio in pietra

In un giardino mi imbatto addirittura in un  un modellino del paese in roccia che ogni natale viene allestito come un presepe.

Un presepe di roccia

Un presepe di roccia

Ramats è anche una terrazza sulla Valle e su Chiomonte. Ci affacciamo ad ammirare il panorama.

Il panorama dal prato di Ramats

Il panorama dal prato di Ramats

L’aria è pungente, facciamo tutti un po’ fatica a respirare e a resistere al freddo. Tutti tranne i valsusini che continuano imperterriti a spiegare al giornalista dove dovrebbe passare la TAV, quali montagne dovrebbero essere bucate e soprattutto perché loro sono così contrari a questo progetto.

Una signora di Ramats mi racconta cosa è successo il 3 Luglio qui a Ramats. Mi dice di esser tornata a casa e di averla trovata piena di sconosciuti. Il marito aveva visto la gente in difficoltà venire su dal fortino, scappare per i sentieri irti, e subito aveva deciso di accoglierla. I coniugi hanno medicato i feriti e offerto dei cioccolatini a chi arrivava stremato dalla fuga in salita.

Le chiedo di come era la Valle quando lei era bambina, di come si viveva lì prima della modernizzazione forzata, dell’autostrada e della linea ferroviaria internazionale, che gia attraversa la Valle. “C’era – mi racconta – chi lavorava all’antica centrale idroelettrica, quella che ora è occupata dai Lince appena tornati dall’Afghanistan”.

Qualcuno lavorava alla ferrovia. Ma, soprattutto, tutti avevano un pezzo di vigna e di campo con cui riuscivano a tirare avanti, certo in modo non facile.

Le vigne per Ramats sono molto importanti, sia a livello economico che decorativo.

Le vigne dell'Avanà

Le vigne dell'Avanà

Quei tralci di vite ora sono sorvegliati dai Cacciatori d’Aspromonte, che, abituati a scovare latitanti sul massiccio calabrese, ora cercano NoTav fra i grappoli d’uva. Quelle vigne rischierebbero di scomparire, se il progetto della TAV partisse. Al posto dei filari ordinati di viti potremmo trovare strade polverose di servizio per i camion con cemento e altri materiali da costruzione.

“L’acqua per le vigne – continua la donna – viene da lontano geograficamente ma anche storicamente”. Un abitante di Ramats, Romean, nel ‘500 decise di scavare un cunicolo per portare a Ramats le acque dal massiccio del Ambin, che fa da spartiacque fra Italia e Francia. Ramats, quindi, ha una sua storia che la collega a tutto il territorio circostante.

Del resto il museo archeologico e gli scavi sono proprio sotto di noi, dentro il fortino. Purtroppo però sia il museo che gli scavi sono stati vandalizzati dalle truppe di occupazione. Gli scavi archeologici, in particolare, sono stati sfregiati dai cingolati e dai blindati, che non hanno esitato a passarvi sopra.

Dall’alto adesso si vede il fortino, con i furgoni della polizia che si muovono al suo interno.

Il fortino della Maddalena visto da Ramats

Il fortino della Maddalena visto da Ramats

Decidiamo di andare a osservare da vicino le reti e i fili spinati. Ci dirigiamo verso la baita Clarea, il presidio più vicino alle reti. Prendiamo la strada statale 24 per tornare a Susa e poi salire verso Giaglione.

Questo percorso semplice, quotidiano per tutti gli abitanti della Valle, è fitto di posti di blocco. Ben cinque da entrambi i lati della strada in soli dieci km di tragitto. Lasciamo la statale e prendiamo una strada sterrata per arrivare alla baita Clarea. L’ultima parte del sentiero la percorriamo a piedi, è una strada di servizio per i trattori che curano le vigne.

E finalmente ci ritroviamo a passeggiare fra i filari di vite che producono l’ormai famoso Avanà. I colori autunnali dei tralci mi riportano ad un autunno mite, quasi tiepido, confortante dopo il freddo di Ramats.

Proseguiamo verso il villaggio di Asterix&Obelix. Qui c’è una palizzata in legno, con un ponte levatoio in legno, e le case sono costruite sugli alberi. Qui abitano e passano la notte quelli che hanno il coraggio di rimanere a stretto contatto con il fortino.

Scopro che ci sono dei turni di presidio ben precisi: comitati da tutta la Valle si alternano a presidiare il villaggio di Asterix&Obelix. Riprodurre in questi luoghi un villaggio celtico da cartone animato ovviamente non ha significati militari, ma tutto è molto scenografico ed ironico.

Superiamo il villaggio e seguendo la sterrata arriviamo alle famigerate reti. La prima cosa che salta agli occhi è il blindato cingolato dell’esercito, tenuto un po’ disparte ma ben visibile.

Vicino alla rete, gli attivisti hanno creato una baracca,l’estremo del presidio. Dall’altra parte della rete: blindati, poliziotti ma nessun operaio e nessun cantiere. Dietro la rete alla fine passa un blindato Lince e il suo ruggito ci dà ancora una volta l’idea di quanti soldi pubblici vengono buttati per difendere gli interessi di pochi.

Scende il buio e decidiamo di tornare a casa.

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