Il tunnel entra nel ddl Sviluppo

Il decreto Sviluppo redatto il 24 ottobre 2011 passa anche per la linea Torino-Lione. In esso, infatti, l’area di Chiomonte, attualmente presidiata dal Comitato No-Tav, è dichiarata “area di interesse strategico nazionale”, il che significa che, per legge, l’opera è preclusa alla partecipazione delle istituzioni locali e dei cittadini coinvolti, in tutte le sue fasi, dalla progettazione alla realizzazione.

Nella relazione del testo viene sottolineato che “dalla dichiarazione di area di interesse strategico nazionale discende, per coloro che vi si introducono abusivamente ovvero ne  impediscano o ne ostacolino l’accesso autorizzato, la stessa sanzione prevista dall’articolo 682 del codice penale – arresto da tre mesi ad un anno o ammenda da euro 51 a euro 309 – per l’ingresso arbitrario in luoghi ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato”.

Ma cosa si intende quando si scrive Tav?
Si comincia a parlare della necessità di reti di trasporto trans-europee (TEN-T) che uniscano l’Europa da Nord a Sud, da Est a Ovest,   negli anni ’80, e con il progredire del processo di unificazione dell’Unione Europea l’idea che vi fosse il bisogno di infrastrutture comuni per migliorare il trasporto interno si è fatta avanti con prepotenza.
La galleria di base Torino- Lione fa parte dei 30 progetti TEN-T prioritari che l’UE ha approvato nel 2005, ed è la componente principale del collegamento ferroviario tra Torino e Lione per una futura tratta ad alta velocità e capacità (TAV/TAC).

Nel 2002, quando il progetto era ancora agli inizi, i cittadini della Val di Susa (territorio già vessato da altre opere che lo hanno rovinato) si sono riuniti nel comitato NO-TAV, che raggruppa singoli cittadini, ma anche diverse associazioni e organizzazioni ambientaliste di carattere locale e nazionale.

Il comitato si oppone alla realizzazione del progetto in quanto insostenibile a livello economico e ambientale.
Le tratte ferroviarie TAV/TAC infatti:

  • perseguono un modello di movimento esasperato delle merci, sulla base del neoliberismo, che non tiene conto dei diritti dei lavoratori e della tutela dell’ambiente nella realizzazione del profitto;
  • poiché dichiarate, nel caso italiano, “di interesse strategico” sono opere che non rispettano i valori democratici;
  • provocherebbero danni al territorio con la costruzione di “corridoi di servizio industriale” larghi almeno 300 metri, fasce in cui risulterebbe distrutta qualsiasi possibilità presente e futura di abitare o svolgere attività economiche;
  • avrebbero un forte impatto ambientale per l’inquinamento da rumore e vibrazione e comporterebbero nuove pericolose variazioni dell’equilibrio idro-geologico naturale;
  • richiedono ingenti finanziamenti pubblici – la parte di competenza italiana della linea costerebbe tra 15 e 20 miliardi di euro e i contributi europei coprirebbero meno del 30% della tratta internazionale – a scapito di settori quali sanità, scuola e welfare;
  • prefigurano investimenti concentrati la cui gestione potrebbe agevolare corruzione e infiltrazioni mafiose;
  • porterebbero elevati profitti a speculatori e costruttori, ma in esercizio sarebbero economicamente in perdita come dimostrano grandi opere simili (tunnel della Manica).

(fonte: Carta di intenti comitato No Tav Torino)

A ciò si aggiunge la dimostrata inutilità dell’opera: secondo molti studi, infatti, la ricaduta benefica della TAV Torino-Lione sull’economia italiana sarà quasi nulla.

Nel decennio 2000-2009 il traffico merci dei tunnel autostradali del Frejus e del Monte Bianco è crollato del 31% e si è dimezzato anche il traffico merci ferroviario, come dimostrano i dati di Trenitalia.

Inoltre, a causa dei particolari vincoli naturali imposti dall’aerea in cui essa dovrebbe essere costruita, la nuova linea ferroviaria procurerebbe un guadagno nel tempo di percorrenza di soli sessanta minuti, e riuscirebbe a sostenere il passaggio di 250 treni, a fronte degli attuali 180 di Trenitalia e 200 francesi.

Infine, al di là del fatto che le strutture esistenti sono già più che sufficienti a reggere il traffico merci e persone tra Torino e Lione, i costi di manutenzione ordinaria del tunnel sarebbero talmente alti da superare in poco tempo quelli della sua costruzione.

Se l’impatto sulla mobilità è quasi inesistente, anche i benefici ambientali dell’opera sarebbero del tutto trascurabili. Considerando gli elevatissimi consumi energetici nella costruzione dell’infrastruttura, le emissioni complessive di CO2 saranno forse più elevate con la Torino – Lione che senza.

Il comitato No Tav non si è limitato a criticare le scelte del Governo e dell’UE, ma propone un modello economico alternativo, che permetta la riduzione dei consumi e della necessità di spostamento di persone e merci, nonché la valorizzazione delle piccole e medie imprese locali e la realizzazione di sistemi di mobilità sostenibile che privilegino l’uso di mezzi di trasposto pubblici efficienti ed eco-sostenibili, e il maggiore sfruttamento della rete ferroviaria già esistente (sfruttata, finora, solo al 50%).

Dal 31 maggio 2003, inoltre, ha portato avanti numerose proteste e marce e ha costituito alcuni presidi nei luoghi topici del progetto TAV.

Il 22 maggio 2011 gli attivisti No Tav hanno formato un presidio permanente a Chiomonte, in località Maddalena, nell’area, che dovrà essere utilizzata per realizzare una galleria geognostica per sondare il terreno dello scavo. L’obiettivo dei No Tav è bloccare l’inizio dei lavori, utilizzando tecniche della non-violenza, per impedire all’Italia di raggiungere i requisiti necessari per ottenere i finanziamenti europei. Tuttavia, sebbene l’Unione Europea avesse stabilito che i lavori della galleria geognostica dovessero iniziare entro il 30 giugno, e immagini e video dimostrano che tutto è fermo e che l’area è semplicemente militarizzata, i finanziamenti non sono stati ancora ritirati.

Tra giugno e luglio ci sono stati degli scontri tra attivisti No Tav e polizia, in particolare il 3 luglio 2011, durante una manifestazione alla quale hanno preso parte circa 60mila persone, provenienti da tutta Italia.

L’ultima marcia di protesta si è tenuta domenica 23 ottobre 2011, con il motto “A mani nude a volto scoperto”, ed è stata preceduta da tre giorni di assemblee pubbliche e incontri per decidere le strategie di azione ed evitare il ripetersi di situazioni analoghe al 15 ottobre.

Lo scopo della marcia era quello di penetrare in modo non violento la zona militarizzata, per dimostrare al governo che la Val di Susa continuerà a lottare per impedire l’inizio dei lavori.

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